mercoledì 15 gennaio 2014

Junio Valerio Borghese, il Principe Nero

Junio Valerio Borghese, il Principe Nero

Le sue numerose operazioni eroiche e l'eleganza aristocratica ne fanno uno dei personaggi più affascinanti del Novecento

 
‘Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà. La resa e il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo’
 
“Anch’io, in quei giorni del settembre 1943, fui chiamato ad una scelta. E decisi la mia scelta. Non me ne sono mai pentito. Anzi, quella scelta segna nella mia vita il punto culminante, del quale vado più fiero. E nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. La partita che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni, ma che mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale al quale nessuna altra strada avrebbe potuto portarmi. In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di come si vince, di come si perde, di come si vive,  di come si muore. Una guerra si può perdere ma con dignità e lealtà. La resa e il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo”.
 
Sono parole di Junio Valerio Borghese. Sommergibilista, Tenente di Vascello, comandante della storica X Flottiglia Mas. Nei giorni successivi all’8 settembre Borghese fa a sua scelta, chiara, inequivocabile: “All’8 settembre, al comunicato di Badoglio, piansi. Piansi e non ho mai più pianto … Perché quello che c’era da soffrire per ciò che l’Italia avrebbe vissuto come suo avvenire, io l’ho sofferto allora. Quel giorno io ho visto il dramma che cominciava per questa nostra disgraziata nazione che non aveva più amici, non aveva più alleati, non aveva più l’onore ed era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa”.
 
La resa dell’8 settembre non è una bella pagina nella storia d’Italia. Lo stesso Dwight D. Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate, scrive nel suo Diario di guerra che ‘la resa dell’Italia fu uno sporco affare. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse, ma l’Italia è la sola ad avere perduto questa guerra con disonore salvato, solo in parte, dal sacrificio dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana”. E infatti è convinzione di Borghese che il re e Badoglio, con la firma dell’armistizio, abbiamo abdicato ogni autorità, avendo commesso un tradimento nei confronti del popolo italiano, rinunciando a salvaguardare la civiltà europea dal predominio americano e sovietico. Non solo: l’Italia ha perso di credibilità sia nei confronti dell’alleato che del nemico “per il disprezzo sia degli alleati traditi che dei vincitori con cui si cerca, vilmente, di accordarsi”. È interessante anche un’altra affermazione di Borghese: “non mi sembra che tali convincimenti e sentimenti abbiano un’impronta fascista: appartengono al patrimonio ideale e morale di chiunque”. E ancora: “fu fascista la RSI? Per me, la RSI rispose ad un’esigenza morale e nazionale; avrebbe potuto formarsi anche senza Mussolini. Non va confusa con il fascismo tradizionale. Alla RSI aderirono uomini che non erano mai stati fascisti e si trovarono a fianco con fascisti del Ventennio per un ideale più alto di quello di un partito”, come riferisce Ruggero Zangrandi nel suo “1943: 25 luglio-8 settembre” edito da Feltrinelli.
 
“… L’esperienza per me più interessante ed importante dal punto di vista politico, formativo e dell’esistenza – dice ancora il Principe Nero – è stata quella successiva all’8 settembre. Prima era tutto piuttosto semplice. Si trattava di compiere il proprio dovere senza scelte personali. non c’erano problemi. L’8 settembre ci ha messo di fronte a molti dilemmi, a esami di coscienza, alle responsabilità da prendersi verso noi stessi, verso le istituzioni alle quali appartenevamo, per me la Marina, e verso gli uomini che da noi dipendevano. Quindi, da quel momento, hanno cominciato a pesare fattori di ordine spirituale e politico”.  
 
Le sue numerose operazioni eroiche e il tentato golpe del 1970, intorno al quale sono fiorite le più varie ipotesi e di cui si è a lungo favoleggiato, fanno di lui un personaggio romanzesco e a tratti misterioso.
 
Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, Medaglia d’oro e di bronzo al valor militare, Medaglia commemorativa della guerra di Spagna, Medaglia d’argento al valor militare nella RSI, Croce di Ferro di 1 classe, Croce di Ferro di 2 classe, Junio Valerio Borghese, il Principe Nero, è uno dei personaggi più affascinanti della storia del Novecento.
 
Emma Moriconi

http://www.ilgiornaleditalia.org/news/cultura/851584/Junio-Valerio-Borghese--il-Principe.html

venerdì 10 gennaio 2014

"Ali infrante" di Orazio Ferrara

“Ali infrante / Storie dimenticate della Regia Aeronautica” di Orazio Ferrara

In una certa Italia dell’ultimo dopoguerra parlare o scrivere delle vicende di uomini in divisa, che avevano combattuto con onore, spesso a prezzo della vita, per la Patria, era oltremodo difficile e scomodo nel migliore dei casi, nel peggiore ciò era considerato una provocazione. Eppure ancora oggi non è facile. E’ il vecchio dramma dell’Italia, del passato che non passa. Mai. Dove non si riesce ancora a storicizzare eventi accaduti decine e decine di anni fa. Dove molti, da destra e da sinistra e anche dal centro, non riescono a fare con serenità i conti con la nostra Storia nazionale, che si vuole a forza ingabbiare nelle trincee contrapposte della quotidianità della fazione politica. Eppure a quegli uomini settant’anni fa fu data loro una consegna, giusta o sbagliata, combattere per l’Italia. A quest’ultima consegna non vennero mai meno, anche a costo delle loro giovani vite. Per questo essi sono degni di memoria. Ogni comunità nazionale, nella sua interezza, dovrebbe essere fiera di annoverarli quali figli, in quanto uomini che trascendono la stessa trincea in cui si battono, e che pertanto diventano un esempio di lealtà, di dedizione e di coraggio, valido per tutti in ogni tempo. Dunque una comunità umana merita questo nome, quando ricorda con orgoglio i suoi figli migliori, anche se questi emergono da pagine buie e drammatiche, che l'inconscio vorrebbe rimuovere, come quelle della seconda guerra mondiale. Quest'ultima intima convinzione ha guidato l’Autore nello scrivere il presente libro.

Un libro che racconta di storie di uomini con le fascinose e belle mostrine della Regia Aeronautica. Di storie dimenticate e di ali spezzate. Come quella del pilota legionario e medaglia d’oro Federico Cozzolino, uno che suscita ammirazione per il non tirarsi mai indietro, costi quel che costi. Un gigante nella sua ora più tragica quando, ancora sanguinante per le gravi ferite riportate a seguito del lancio col paracadute, viene preso dai miliziani repubblicani spagnoli ed egli non abiura la causa per cui combatte, pur di fronte alla minaccia dei fucili spianati. Abiura che gli avrebbe permesso di aver salva la vita. Anzi fa di più, testimonia la sua appartenenza col grido di Arriba Italia per meglio farsi comprendere e viene, all'istante, barbaramente trucidato, e ciò in spregio a tutte le leggi di guerra. Per sessantacinque anni Federico Cozzolino ha aspettato in silenzio in quella scarna tomba di un cimitero spagnolo. Ma troppo grande era l’amore per la sua terra e infine, malgrado i faziosi e perduranti veti, è tornato finalmente a casa, avvolto in un tricolore a mo’ di sudario e  in un’atmosfera non greve né triste, ma di silenziosa gioiosità come si conviene per il ritorno delle spoglie di un coraggioso, mentre qualcuno riandava con la mente a versi già scritti per Federico un giorno lontano: com’aquila / con la fronte nel sole.

O come la storia del filosofo volante o del pilota matto ovvero di Vittorio Beonio Brocchieri, un pilota della Regia veramente fuor dall’ordinario. Filosofo, professore universitario, scrittore, giornalista, pilota d’aerei, trasvolatore, capitano della Regia Aeronautica, guerriero. D’altronde lui stesso si era definito uomo prismatico, sintetizzando così quel suo vivere pericolosamente tra mille luci e bagliori nell’azzurro dei cieli. Dunque un uomo d’azione e di pensiero al massimo grado. Una figura davvero dannunziana a tutto tondo. Fu nella guerra d’Etiopia che iniziò per Beonio Brocchieri la leggenda del pilota matto. E l’appellativo non gli fu affibbiato a caso da Indro Montanelli. In diuturna avanscoperta sulle ambe abissine, per segnalare, in collegamento radio, eventuali agguati alle nostre colonne in rapida avanzata. Azzardati decolli e rocamboleschi atterraggi su inesistenti piste, che gli costarono più di un velivolo malamente scassato. E veramente in quei momenti il coraggio rasentava la pazzia. L’azione lo coinvolgeva totalmente giorno e notte, eppure non si dimenticava affatto di scrivere succose corrispondenze di guerra per i suoi affezionati lettori del Corriere della Sera.

Ma il libro narra anche di figure che, pur non offrendo alcun episodio di eclatante eroismo, sono tutte intrise di quel silenzioso, quotidiano, minimale eroismo, quello più difficile da mettere in atto perché richiede una continua tensione ideale nella vita di ogni giorno. Come quella del sergente marconista Mario Mancusi, caduto col suo aereo in missione di guerra, una vita per l’Italia il cui migliore epitaffio resta quello del desolato e vecchio padre, che in una lettera, datata 4 novembre 1942, così scriveva: … nulla mai chiese, tutto sempre dando, prodigandosi fino al possibile ed anche oltre, per la sua Patria che egli voleva grande, temuta e rispettata.

O come quella dell’ing. Michele D’Amico e del suo diario di guerra, quand’era, nell’anno 1943, giovane sottotenente della Regia Aeronautica di stanza all’aeroporto della Margana nella piazzaforte aeronavale di Pantelleria. Passato alla storia patria per la famosa frase Ma perché ci siamo arresi?, quando da Radioponte Pantelleria parlò col generale Monti del Comando Aeronautica Sicilia di base a Catania. Il D’Amico fu testimone chiave nel dopoguerra nel famigerato processo degli ammiragli contro lo scrittore Antonino Trizzino, reo di aver rivelato nel suo libro Navi e poltrone, tra l’altro, anche gli squallidi retroscena della resa di Pantelleria per viltà dei capi. Anche per merito suo quel processo diventò poi processo agli ammiragli, salvando il Trizzino da un’ingiusta condanna e ristabilendo così la verità storica.

Una costante del libro è quella di aver saputo bandire dalle sue pagine la retorica, anche perché scrivere degli uomini in guerra, c'è facilmente il rischio di scadere in essa, d’altronde sempre in agguato in storie del genere. L'orripilante retorica delle belle parole altisonanti, che alla fine finisce per sporcare tutto e tutti, perfino i caduti. Il vero eroismo fugge la retorica come la peste.

Orazio Ferrara - Ali infrante / Storie dimenticate della Regia Aeronautica - IBN Editore, Roma, 2014

162 pp., con numerose foto, € 15

IBN Editore, Via dei Marsi, 57 - 00185 Roma, Tel & Fax: 0039 06 4452275 - 0039 06 4469828 - e-mail: info@ibneditore.it

giovedì 9 gennaio 2014

Il "barone nero" Roberto Jonghi Lavarini

 
Roberto Jonghi Lavarini socio onorario della
Unione Nazionale Combattenti della RSI
 
 
Roberto Jonghi Lavarini ha 40 anni, è felicemente sposato con Veronica ed ha due figlie di 11 e 6 anni, Beatrice e Ludovica. Laureato in Scienze Politiche alla Università Statale di Milano, lavora come consulente immobiliare (compravendita e ristrutturazioni) nella società di famiglia ed è iscritto a diverse associazioni di categoria. Cristiano Cattolico praticante, fedele alla Tradizione, è Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e Volontario del Corpo Italiano di Soccorso del Sovrano Militare Ordine di Malta. Appassionato di storia, cultura, araldica, tradizioni religiose e popolari, enogastronomia e sagre paesane, è molto legato alle radici ed alla identità Walser (tedesco-vallese) della propria famiglia e fa parte del gruppo folkloristico del suo paese di origine, Ornavasso. Da sempre coerente militante di destra, è stato: Segretario del Fronte della Gioventù di Milano, Dirigente Provinciale del Movimento Sociale Italiano, Dirigente Regionale di Alleanza Nazionale e della Fiamma Tricolore della Lombardia, Consigliere Circoscrizionale e Presidente della Zona Porta Venezia, per due volte candidato alla Camera dei Deputati come Indipendente ne La Destra. Attualmente, per scelta, non ricopre alcuna carica politica e non è iscritto a nessun partito ma collabora con svariate associazioni culturali e testate giornalistiche, partecipando a diverse trasmissioni televisive come opinionista. http://www.robertojonghi.it/

 
Antica famiglia Walser (tedesco-vallese) della Vall d’Ossola, gli Jonghi Lavarini sono i legittimi discendenti dei nobili carolingi Crussnall primi signori feudali di Ornavasso, poi trasferitisi in Svizzera. Il Capostipite di questa importante Sippe germanica, storicamente presente in tutte le valli del Monte Rosa, è Jocellino I von Urnavas, citato nel 1275 come Visdomino di Naters. Da suo nipote Jocellino II “Jung” (il giovane), discendono appunto gli Jonghi von Urnavas che furono fra i promotori della colonizzazione walser delle Alpi, spingendosi, oltre il passo del Sempione, fino a fondovalle, a Casaleccio, Ornavasso e Migiandone, rivendicando la titolarità su quelle terre.  Nel 1486, il Vescovo di Sion, Iodico von Syllinen, Signore del Vallese e Principe del Sacro Romano Impero, rivendicando il legittimo dominio su quelle terre, nominò, suo Curatore, il Ritter (Cavaliere) Theodorus Jongh, riconoscendolo erede dei primi signori di Ornavasso  (poi trasferitisi nel Vallese) con lo spettante titolo di Freiherr von Urnavas. Già nel 1495, però, il Ducato di Milano ed i Visconti rientrarono definitivamente in possesso della Baronia di Ornavasso, accordandosi con le “locali genti alemanne” (Walser), alle quali venne concessa una larga autonomia.  Da allora i “todeschi Jonghi di Urnavas” sono sempre citati  negli eventi storici della valle. In particolare, nel 1575, Pietro ed Angelino Jonghi, partecipano alla costituzione degli Statuti di Ornavasso in quanto “cardenzari et uomini particolari di detto luoco”.  Nel 1605, gli Jungen Urnavas sono citati nel “Wappenbuch des Heligen Romischen Reichs” (registro degli stemmi del Sacro Romano Impero). Nel corso dei secoli possedettero molte terre agricole, pascoli, boschi, cave di marmo e palazzi signorili (ancora esistenti come quelli di Ornavasso, Vogogna e Piedimulera), imparentandosi con le più importanti famiglie del Verbano-Cusio-Ossola. Dal 1738 gli Jonghi furono sempre presenti nel Consiglio Generale dell’Ossola come Patriziato Aggregato. Nel 1900, S.M. Re Umberto I concesse al Nob.Cav.Ing. Cesare Jonghi di aggiungere al proprio cognome ed al proprio stemma anche quelli materni dei nobili Lavarini (famiglia di remota origine veneta, di medici ed impresari, decurioni e sindaci, citata fin dal 1575). http://www.genmarenostrum.com/pagine-lettere/letteraj/jonghilavarini.htm


Intervistiamo Roberto Jonghi Lavarini (41 anni, noto esponente della destra milanese, opinionista radio televisivo, ex dirigente del MSI e di AN, già presidente della zona Porta Venezia): uno "politicamente scorretto e senza tanti peli sulla lingua". D (domanda) – R (risposta) D - Ti abbiamo sentito alla Zanzara sotto il fuoco incrociato di Cruciani e Parenzo… R - Si, è un bel ring anche se alla radio è impossibile spiegare bene i concetti, difendersi e replicare. Mi dispiace solo essere stato obbligato a parlare solo del passato e non del presente, tantomeno del futuro. Comunque, sia chiaro: non mi vergogno affatto delle mie idee e non ho certo paura di esprimerle liberamente. Io non rinnego nulla e non mi tiro indietro davanti ad una sfida. Il mio giudizio storico sul Fascismo e Mussolini rimane assolutamente positivo. Anzi, a dirla tutta, di fronte alla attuale crisi dell’occidente, causata dalle speculazioni della plutocrazia internazionale, incomincio anche a capire ed a rivalutare certe scelte politiche ed economiche della Germania Nazional-Socialista. La storia del secolo scorso è tutta da riscrivere... D - Ti abbiamo anche letto sui giornali parlare di Grillini e Lepenisti… R - Ho semplicemente riportato dei fatti assolutamente noti: Marine Le Pen, in vista delle prossime elezioni europee del 2014, vuole giustamente costituire un fronte europeo dei popoli e delle nazioni, e, attraverso tutta una serie di contatti ed incontri,  cerca degli interlocutori affidabili anche in Italia. Mi hanno però assicurato, dalla sua segreteria politica, che non vi è e non vi sarà  mai alcun accordo con il Movimento 5 Stelle. Ad oggi, quindi, gli unici referenti ufficiali del Front National francese, rimangono solo la Fiamma Tricolore e La Destra che, non a caso, hanno ripreso ed accelerato il processo di riunificazione della destra sociale italiana. D - Infatti, sabato sarai a Roma alla rifondazione di AN lanciata da Storace… R - Quella di riesumare la vecchia Alleanza Nazionale è evidentemente solo una provocazione politica, rivolta soprattutto agli amministratori della omonima fondazione (che gestisce il patrimonio del MSI) ed ai Fratelli d’Italia: l’obbiettivo è, finalmente, quello di riunire, rinnovare e rilanciare la destra italiana, partendo dall’appello lanciato, a suo tempo, da Marcello Veneziani e dal  progetto Itaca. Urge un nuovo movimento anti-mondialista che difenda veramente l’identità, la sovranità, i sacrosanti interessi del nostro popolo e della nostra nazione. Bisogna fare massa critica, voltare pagina, chiudere con vecchi rancori e polemiche. Su questa strada obbligata (non solo dallo sbarramento elettorale del 4%), i nostri primi e naturali interlocutori non possono che essere gli amici di Officina per l’Italia. D - Veniamo a Milano, quale è il tuo commento sul Far West di Quarto Oggiaro? R - Conosco bene quel quartiere difficile e, durante la campagne elettorali, in mezzo a centinaia di cittadini assolutamente perbene, ho incrociato anche diversi pregiudicati, alcuni dei quali cercavano veramente di cambiare vita ma non è facile. Lo stato deve fare sentire tutta la sua autorità ed autorevolezza, innanzitutto dando risposte concrete (case popolari, asili nido, spazi per i giovani, sussidi per gli anziani, istruzione e supporto al mondo del lavoro) e secondariamente con una presenza costante e visibile delle forze di polizia. Per sradicare la criminalità ed il degrado, servono “il bastone e la carota”, ovvero legge ed ordine (anche “il pugno di ferro” quando serve) ma insieme a giustizia sociale. Ma in quella zona, è giusto ricordare che ci sono anche tanti esempi positivi: parrocchie, centri sportivi, associazioni culturali e di volontariato e tanta solidarietà. D - Quale è il tuo giudizio sui governi locali di Pisapia, Podestà e Maroni? R - Quello sulla giunta rossa del radical-chic Pisapia è assolutamente pessimo: ha diminuito fortemente la sicurezza ed il benessere dei milanesi, tartassato famiglie e commercianti, abbandonato le periferie, difeso solo zingari e leonkavallini, riempito di consulenze e soldi pubblici i propri compagni di merende. La giunta provinciale ha lavorato benino ma, contando veramente poco, non se ne è accorto nessuno. E dalla Regione Lombardia, dopo tutte le incoraggianti promesse elettorali di cambiamento di Maroni e della sua lista civica, sinceramente, mi sarei aspettato di più, ma è ancora presto per giudicare, diamogli ancora qualche mese. La verità è che in questa crisi sistemica della democrazia, i partiti e le assemblee elettive contano sempre meno e la classe dirigente selezionata è sempre più mediocre e meno autonoma. Bisogna tornare alla grande e buona Politica, fatta con disinteresse e passione, per la propria comunità, ognuno con le proprie idee. D - Ma quali sono le tue proposte concrete per uscire da questa grave crisi sociale? R – Grazie della domanda, finalmente parliamo di cose concrete! Le famiglie e le imprese italiane sono soffocate dalle tasse e dalla burocrazia, non si riesce più a lavorare e, in certi casi, nemmeno a sopravvivere. E per abbassare questa vessatoria e insopportabile pressione fiscale, oltre a fare tagli (e di carrozzoni inutili e sprechi ce ne sono ancora tantissimi), bisogna rivoluzionare il sistema economico dello stato, rivedere i trattati europei, riprenderci la nostra piena sovranità monetaria, nazionalizzare la Banca  d’Italia, vietare e punire severamente le infami speculazioni dell’alta finanza privata internazionale che sono la principale causa di questa crisi. D - Ora arriva il giochino del botta e risposta. Ad ogni nome che faccio voglio un definizione sintetica o un tuo commento veloce. D - Erich Priebke: R - Un soldato tedesco che ha ubbidito ad ordini superiori. Pace all’anima sua. D - Papa Francesco: R - Simpatico, comunicativo, nazionalpopolare ma io preferivo Benedetto XVI. D - Silvio Berlusconi: R - Un sincero anticomunista. Un grande uomo, con più pregi che difetti. D - Alba Dorata: R - Onore ai due giovani patrioti greci ammazzati dai sicari del mondialismo. D - Primavera Araba: R - Una tragedia. Io difendo i cristiani perseguitati ed in Siria sostengo Assad. http://destrapermilano.blogspot.it/2013/11/intervista-roberto-jonghi-lavarini-7.html

mercoledì 8 gennaio 2014

"I Gruppi Rionali Fascisti di Milano"

 
"I Gruppi Rionali Fascisti di Milano"







lunedì 16 dicembre 2013

GIANCARLO PANIGHINI nuovo presidente della X MAS

 
Nella foto, a destra, insieme al Marò Avvocato Fabio Masciadri, il nuovo Presidente Nazionale della Associazione Combattenti X MAS: GIANCARLO PANIGHINI, Pilota dei Mezzi d'Assalto, Pluridecorato al Valor Militare.


Nuovo numero de LA CAMBUSA, bollettino della X MAS




 

 

Comandante SERGIO NESI: Presente!



venerdì 29 novembre 2013

La vera storia del mercenario italiano Tullio Moneta - di Giorgio Rapanelli


 



 
 
Molti anni fa noi maceratesi leggevamo su certe pubblicazioni che i mercenari in Congo si macchiavano di crimini verso le inermi popolazioni nere. Sapevamo che il nostro concittadino Tullio Moneta combatteva in Congo con i mercenari del Quinto Commando sudafricano.  Per molti di noi giovani maceratesi l’atletico Tullio Moneta era stato un mito. Le notizie degli eccidi ci riempivano di tristezza. Ma la Verità viene sempre prima della Bugia…
Nel 1966 andai  in Congo, portandomi dall’Italia il bagaglio di notizie che leggevo sulla stampa di Sinistra in merito ai Simba, definiti da “L’Unità” come “patrioti” che combattevano efficacemente con le armi fornite dalla Cina maoista e dai paesi dell’Est comunista i mercenari razzisti sudafricani, i quali,  foraggiati dai colonialisti belgi e dagli americani, stavano ammazzando coloni bianchi, missionari e suore, i quali – secondo il quotidiano comunista – erano difesi e rispettati invece dai  Simba… In Congo, avevo, però, saputo la verità sui Simba e sulle atrocità che commettevano sui bianchi e le popolazioni nere.  Ebbi pure la testimonianza di un missionario che i mercenari avevano salvato. Avevo cercato di incontrare Tullio a Leopoldville: mi dissero che il tenente Moneta stava combattendo a Stanleyville. Volevo raggiungerlo, per poi andare dai  guerriglieri sud sudanesi. Purtroppo,  le strade per Stanleyville erano state “tagliate” dai Simba. Mi limitai, quindi, a “girare” un documentario sui lebbrosi.
Leggemmo ancora di Tullio anni dopo: la stampa riportò il tentativo di golpe contro il governo filocomunista delle Seychelles da parte di un pugno di mercenari al comando di Tullio Moneta; tentativo fallito per la reazione dei soldati delle Seychelles che avevano respinto gli invasori bianchi, i quali fuggirono catturando un Boeing di linea e portandosi dietro un mercenario morto, figlio di un ricchissimo proprietario di miniere. Giunti in Sudafrica, Tullio e i suoi erano stati processati e condannati a diversi anni di prigionia. Sulla sorte di Tullio non seppi più nulla…
Nel 2012, un amico di Macerata mi telefonò per dirmi che Tullio voleva parlare con me, onde mettere in chiaro certe notizie “non vere” che avevo scritto su di lui in un mio reportage sul Sud Sudan, dove ero andato nel 1970 per filmare la guerriglia dei sud sudanesi, e pubblicato su Google nel sito “Treia on line”.  Rimasi sbalordito: non incontravo Tullio dal 1959 e lo credevo addirittura morto. Era invece in Italia per curarsi i postumi di una ferita d’arma da fuoco alla gamba. Aveva già rischiato di morire in Congo, straziato al ventre dallo scoppio di una mina cinese e miracolosamente salvato dalle suore belghe che egli aveva precedentemente salvato dai Simba. Tullio non aveva mai parlato della sua vicenda militare con un giornalista. Invece, Tullio raccontò a me - per la prima volta in vita sua - la sua esperienza di  mercenario in Congo, dei gradi militari conquistati in battaglia,  fino a quello di “maggiore”, con cui guidava i 250 soldati del Quinto Commando in assenza del Comandante. Raccontò la verità del tentato golpe alle Seychelles e dell’attività di “intelligence” per i servizi sudafricani e occidentali. Mi disse che in Congo i mercenari avevano vinto i Simba e fermato l’avanzata del marxismo verso le frontiere sudafricane e rodesiane solo grazie all’appoggio delle popolazioni nere, schierate con i mercenari, perché le salvavano dalle atrocità dei Simba. Per ristabilire la verità sulle vicende di Tullio, ho scritto insieme all’amico Ippolito Edmondo Ferrario la storia così come ce l’ha raccontata Tullio. Il libro, stampato dalla casa editrice “Lo Scarabeo” della Ritter Edizioni, verrà presentato in dicembre. Nel frattempo, un nostro comune amico ha realizzato per YouTube l’intera storia di Tullio Moneta, cliccando il link in calce riportato, e contenente pure un omaggio dagli USA al personaggio “Tullio Moneta”:
 
 Dal libro si può comprendere pure meglio la tragica situazione odierna dell’Africa Nera, in mano a despoti tribali, criminali e ladri,  andati al potere dopo aver avuto l’indipendenza dal colonialismo, concessa dalle potenze mondiali solo per sfruttare le immense ricchezze al posto dei colonialisti e gettando le popolazioni africane in mezzo a guerre e carestie. Questa è la causa della migrazione verso l’Italia.

Mercenario​. Dal Congo alle Seychelles​. La vera storia di "Chifambau​siku" Tullio Moneta.

Gentili Amici, sperando di fare cosa gradita, vi segnalo l’uscita di questo libro unico nel suo genere.

Distinti Saluti
Ippolito Edmondo Ferrario
 

 

Mercenario. Dal Congo alle Seychelles.
La vera storia di “Chifambausiku” Tullio Moneta
 
Di Giorgio Rapanelli e Ippolito Edmondo Ferrario Pag. 144 + 24 di foto b/n e colori
Euro 18,00

Edizioni Lo Scarabeo-Milano

 
Dalla quarta di copertina
 
Per quale motivo ho fatto il mercenario?
Non per denaro, poiché guadagnavo molto bene in un posto di responsabilità in una compagnia commerciale francese che operava in Africa occidentale. Dopo qualche anno d’Africa sarei stato trasferito a posti di maggiore responsabilità a Manchester, o a Parigi, o negli USA. E’ stato il mio destino a portarmi in Congo, addestrarmi militarmente con i parà belgi per assecondare il mio spirito di avventura?
Poi, iniziai a combattere con i mercenari. Li definisco così, e in tal maniera mi autodefinisco, solo perché è la definizione comune che ci danno giornalisti e storici, e che la gente conosce.
Il Quinto Commando, in cui ero inquadrato, era comandato da ufficiali britannici, rodesiani e sudafricani. Erano anglosassoni, e la disciplina militare era quella dell’esercito britannico: dura e spietata.
Dopo più di quarant’anni di assoluto silenzio Tullio Moneta, uno dei grandi protagonisti dell’epopea dei mercenari in Congo, torna a parlare di una delle pagine più controverse e dimenticate della storia africana del secolo passato. Divenuto mercenario quasi per caso, dimostratosi uno dei combattenti più capaci nel celebre Quinto Commando, quello dell’Oca Selvaggia, Tullio è stato anche attore in alcuni film d’azione, consulente militare e l’unico italiano tra gli organizzatori del tentato golpe alle isole Seychelles nel 1981. In queste pagine Tullio ripercorre con assoluta dovizia una storia di imprese e missioni militari che abbracciano un arco di tempo di quasi vent’anni.
 
Indice
Prefazione
Capitolo I
Una telefonata inaspettata
L’incontro con Tullio
L’adolescenza a Macerata
L’Africa si avvicina
L’avventura del Congo
Capitolo II
A scuola dai paracadutisti
L’eccidio degli aviatori italiani in Congo
Tullio diventa mercenario
Africa Addio
I mercenari italiani
Capitolo III
Jacopetti e Prosperi, tra realtà e finzione
Preda di guerra
La prima ferita     
La battaglia campale 
Mulele mai
I mercenari morti
Capitolo IV
Strategie di guerra
Finire i moribondi
La mitragliatrice antiaerea
La giustizia dei mercenari
Attacco ai villaggi dei Simba
Trappole con le bombe a mano
Capitolo V
Il pattugliamento
Chifambausiku
Bossoli roventi
Non uccidetemi, non uccidetemi!
Capitolo VI
Tullio ferito gravemente
Italiano fottuto
Mercenari e missionari
Miracolato
Convalescenza
Cacao esplosivo
Pigmei
Missione Bukavu- Aba-Faradje
Capitolo VII
Vivi e morti
Approvvigionamenti e acquartieramenti
Vermi da mangiare
La legge marziale
La routine del campo
Droga e alcol
Scazzottate tra mercenari
Animali da compagnia
Capitolo VIII
Tullio Moneta stende Tim Dreyer
I due “marmoset”
l generale Kakji
Verso Stanleyville
I Simba migliorano
Quando il Karma si compie
Tullio mitragliato
La bicicletta
Capitolo IX
Un piede in formalina
Orecchie commestibili
Mercenari in pantofole
Caccia ai mercenari
Capitolo X
Cinema, operazioni di intelligence e Biafra
I Quattro dell’Oca Selvaggia
L’abbraccio del leone
La grande passione della sua vita
Teatro e letteratura
Capitolo XI
Attacco alle Seychelles
Evoluzione del golpe
Il sospetto
Lavoro di intelligence
25 novembre 1981
Dove andare?
Si decolla
Arresto e condanna
Capitolo XII
Allegria e botte da orbi
Ciack, si gira
Ho conosciuto John Garang
Non è Tullio Moneta!
Nelson Mandela
L’unica volta che Tullio  parlò con i giornalisti
Capitolo XIII
Un colpo di fucile
Il ritorno a casa
I mercenari mi hanno salvato
Amici per la pelle
Azione e adrenalina
Postfazione di Tullio Moneta
Bibliografia

 

I giornalisti che desiderassero ricevere copia per la recensione possono contattare:
Edizioni Ritter, via Maiocchi 28, 20129 Milano
Tel.02 201310
 
 

Note Biografiche Autori
Giorgio Rapanelli, classe 1939, è nato a Corridonia (Macerata), paese natale del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, morto nel 1915 durante la Grande Guerra. E’ stato iscritto al PCI e fu tra i fondatori dei Verdi nella provincia di Macerata. Interessato da sempre ai problemi del Terzo Mondo, nel 1966 girò in Congo un documentario su lebbra e denutrizione, durante la rivolta dei Simba.  Si rese subito conto che concedere l’indipendenza dal colonialismo alle popolazioni tribali africane impreparate a gestire il potere in forme politiche di stampo democratico occidentale era stato un crimine. Dal 1967 sostenne attivamente la causa dei sud sudanesi massacrati dal governo di Karthoum e diventando rappresentante in Italia dell’Azania Liberation Front (ALF) per volere dell’allora Presidente Joseph Oduho. Nel 1970 fu con i guerriglieri “anya-nya” del Southern Sudan Liberation Front del colonnello Joseph Lagu.

 
Ippolito Edmondo Ferrario, milanese, classe 1976, è stato giornalista per il Secolo d’Italia, ed è autore di numerosi saggi e romanzi editi da Mursia, Frilli Editori, Castelvecchi e Newton Compton. Sullo stesso argomento ha pubblicato Mercenari. Gli italiani in Congo, 1960, Mursia. Nel 2004 ha ricevuto la Cittadinanza Onoraria del Comune di Triora, il celebre “paese delle streghe” in provincia di Imperia, per i suoi studi sul folklore locale. Il suo sito è www.ippolitoedmondoferrario.it