giovedì 18 luglio 2013

Gianmaria Guasti ora è con il suo Duce...

 
Articolo di Gabriele Adinolfi
 
 
Di uomini così non ne fanno più; si è perso lo stampo.
Gian Maria Guasti, il fisico di un omino e l'animo di un gigante, era un eroe.
Un eroe vero; di quelli che hanno in sé qualcosa di divino e che sono talmente dediti al bene che non conoscono alcuna meschinità, non provano nessuna paura e neppure nutrono alcuna ambizione personale.
Il giorno che me ne andrò anch'io, come è accaduto a lui ieri notte, non avrò vissuto invano in quanto avrò avuto la fortuna rara di conoscere uomini come lui e di essere trattato, troppo generosamente, come un camerata.
Raccontare in poche righe Guasti sarebbe impossibile e raccontarlo completamente sarebbe lunghissimo.
Era il sottufficiale coraggiosissimo che fermò da solo un'offensiva partigiana e che, ferito e ricoverato in ospedale, fu addirittura insignito della Croce di Ferro.
Alla suora che gli annunciava che lo cercavano i tedeschi non pensò che lo volessero decorare.
E perché mai visto che si era limitato a fare il suo dovere. “Che ho fatto?” si era chiesto preoccupato prima di provare la grande gioia di essere decorato dall'alleato che in quanto a medaglie era particolarmente parco perché guerriero e non pagliaccio e che aveva riconosciuto in lui il guerriero.
Era l'uomo che si commuoveva sempre quando ricordava l'incontro con il suo Duce, così umano, così diretto, che venerava.
Era il superstite di un gruppo di combattenti linciati uno ad uno dai partigiani nel modo subumano che Guasti stesso avrebbe poi raccontato nel suo Caino e Caino, di cui riportiamo alla fine alcuni brani che abbiamo ripreso da http://augustomovimento.blogspot.it/2008/12/vae-victis.htmlEra già stato massacrato di botte e semistordito quando fu salvato dal sopraggiungere del nemico regolare in divisa americana che mise fine al linciaggio vilmente consumato dalla canaglia.
Era l'uomo che da solo continuò la lotta anticomunista dopo la guerra, non esitando a fa saltare una sede del Pci e che incassò per questo l'ammirazione sincera della Direzione del partito nemico.
Era l'instancabile custode della Memoria di Caduti, per cui a lungo fu dirigente dell'Unione Nazionale Combattenti Repubblica Sociale Italiana in Piemonte, nella cui veste nel 2004 riuscì a celebrare il gemellaggio con i camerati francesi della Charlemagne.
Era sempre presente ad ogni occasione importante, come quel sottufficiale che era stato in gioventù: mai da protagonista ma sempre come l'operativo che inquadrava i militi.
Dopo l'abiura finiana stampò un volantino con le foto dei camerati caduti accompagnate dalle parole. “Fini, tu li hai dimenticati, loro ti stanno aspettando”.
Era l'uomo che a ottantadue anni prese a pugni un giovane che stava strappando un manifesto in onore della Repubblica Sociale.
Non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno.
Rimembro ancora il rumore secco di un diretto sferrato in bocca alla soglia degli ottant'anni ad uno sbarbatello che gli aveva mancato di rispetto.
Quando veniva a Roma rifiutava che gli si offrisse un albergo perché preferiva dormire alla militare nell'Ornitorinco.
Era sempre rimasto il combattente della Rsi, il camerata che viveva in camerata.
L'eroe senza ambizioni, tutta dedizione, semplicità, grinta e sorriso.
Possiamo salutarti solo così:
Eja eja eja alalà!
Da oggi, sergente Guasti, privata dell'esempio discreto di un grande camerata, la terra è più povera ma il cielo forse mai prima era stato così ricco.
Guidaci da los luceros.
 
 
Da Caino e Caino
 
"[...] Era il 27 aprile dell'anno 1945. Al mattino eravamo uomini, soldati, forti, sani e dotati di personalità e dignità. Alla sera ci ritrovammo ridotti al livello di animali torturati, umiliati, privati di ogni diritto in balia di individui barbari e violenti.[...]
[...] La sete era generale perché anche l'acqua mancava. Un sergente della Divisione Littorio, che aveva subìto particolari violenze a causa della sua divisa, al primo apparire di due partigiani venuti a controllare, chiese dell'acqua ed in cambio ottenne un calcio nella pancia ed una serie di insulti. L'ultima acqua che avevamo bevuto era quella della pioggia che ci era arrivata in bocca il giorno prima.[...]
[...] Nelle prime ore del pomeriggio fummo fatti uscire ed incolonnati, iniziò così la marcia... Lungo la strada giungemmo ad un paese che, mi pare di ricordare, si chiamasse Monleone... Quando, nel tardo pomeriggio, giungemmo sulla costa, ci fecero passare in lunga fila, fra ali di energumeni picchiatori pieni di cieco furore, vere e proprie forche caudine. Pugni, calci, colpi con oggetti vari, le donne con gli zoccoli, sputi, insulti feroci, sassate e legnate nelle gambe. Durò forse mezz'ora quel calvario ma sembrò senza fine. Quando finalmente ci fecero entrare in un campo sportivo finì quell'infernale bolgia.
Circa un'ora più tardi ci fecero ammucchiare in piedi in un angolo e ricevemmo la sgradita visita di una specie di brutta copia di un commissario bolscevico con tanto di giacca di pelle nera e cinturone, pistola alla vita, mitra a tracolla ed immancabile fazzoletto rosso. Con tanta arrogante prosopopea ci comunicò che il giorno successivo saremmo stati processati dal popolo e condannati a morte.
Quel giorno finì con il nostro trasferimento nella soffitta di una scuola senza minimamente avere cibo. [...]
[...] La notte era trascorsa insonne, nessuno era riuscito a dormire in quelle ore che, ora mai certo, erano le ultime che ci restavano da vivere. I pensieri correvano a ricordare i momenti più significativi della mia breve ma intensa vita passata.
Non ricordavo nulla da rimproverarmi o fatti di cui pentirmi. La mia giovinezza era limpida e colma di valori spirituali e di profondo amore per quella Patria che, in quei momenti angosciosi, reputavo ormai finita, preda di traditori, delinquenti e nemici della civiltà. L'unico pensiero che mi portava alla commozione era quello di mia madre e delle mie sorelle. Mi mancava solo la possibilità di riabbracciarle e baciarle per l'ultima volta e poter rivolgere loro le mie ultime parole d'amore. [...]
[...] Venne purtroppo il momento che precedeva la nostra fine.
Eravamo esattamente in 51. Ci fecero uscire in fila indiana con sghignazzate di scherno, insulti e bestemmie.
Una pseudo giuria composta da individui con camicie rosse, fazzoletti rossi, armi in mano o a tracolla, senza minimamente conoscere il nome o menzionare accuse chiedeva solo alla folla il giudizio che invariabilmente era sempre lo stesso, urlato dai presenti. A MORTE! A MORTE!
Questo era ciò che in seguito fu definito "Tribunale del Popolo".
Ricordo che qualche pezzo di tela rossa rettangolare sfilacciata su un lato denotava di essere stata strappata da una bandiera tricolore di cui interessava solo la parte rossa. Povera Italia. La folla presente non poteva rappresentare l'Italia ma solo una piccola parte, sanguinaria e colorata, che però prevaricava e dimostrava, con la violenza e le minacce, la propria appartenenza alla peggiore ideologia politica.
In quei giorni violenti, il popolo buono, il popolo onesto e civile non scendeva in strada per non essere vittima, a sua volta, della furia rossa. [...]
[...] Mi presero in consegna per l'esecuzione due partigiani molto diversi fra loro. Uno giovane, muscoloso, pochi anni oltre i miei diciannove. Dotato di molta prosopopea e volontà di esibirsi come eroe giustizialista, lo chiamavano Tino; l'altro di mezza età, magro, taciturno e con uno sguardo indifferente. Forse anche fra i giustizieri i peggiori avevano preso il sopravvento e la precedenza così, a me, erano rimasti i mediocri. Fui portato verso un angolo della piazza dove il giovane voleva esibire la sua vittima ad alcune ragazze ed amici posando a eroe vincitore ed invitando, chi voleva, a sfogare su di me l'odio verso i fascisti vinti. [...]" 

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